Dopo le prime battute di apprezzabile collagismo vagamente avanguardista, la piccola etichetta indipendente francese Baskaru - che già nel recente passato ha mostrato più di qualche liaison e un notevole (nonchè giustificato) interesse nei riguardi di alcuni sperimentatori e smanettatori di macchinari sonori italiani - fa bene a deviare rotta verso un appendice della produzione elettronica, che vede le cattedrali sonore costruite sui famigerati drones e sulle microvariazioni delle frequenze sulla soglia della percezione umana come protagoniste "mute" della struttura compositiva forse memori di esperienze e di emuli di alcune avanguardie dadaiste tanto amate fino a non molto tempo fa (due nomi per tutti, Cabaret Voltarie e Zoviet France). Il fatto che sia stato scelto uno split di un'artista emergente - la "giovane" promessa Emanuela De Angelis - e un sapiente e incontinente divulgatore dell'elettronica d'avanguardia in terra italica (nonchè quasi antagonista di un altro mostriciattolo del rumorismo - l'allusione non è evidentemente riferito ad aspetti meramente estetici - qual è o quale fu il cranioclasta Merzbow), come Maurizio Bianchi (assente dalla scena per circa 14 anni, pare per via di una crisi religiosa - Bianchi è testimone di Geova... ci viene da pensare se i vari predicatori potessero raccogliere più proseliti distribuendo i suoi dischi! -) non ci pare casuale e anzi mostra un ragguardevole buongusto delle menti di Baskaru, anche se - l'unica nota negativa delle scelte editoriali - il lavoro originale è stato tagliato, risultando "sacrificati" circa una ventina di minuti di registrazione.
I tre quarti d'ora di durata del disco valgono comunque ad apprezzare la tecnica "pasticciera" dei due artisti, che strato su strato consegnano all'ascoltatore un biglietto di sola andata per un viaggio cosmico a colpi di singulti aurali di frequenze renderizzate su lavori che ci appaiono non molto dissimile da quelli che giungevano fino a non molti anni fa direttamente nelle nostre teche da progetti quali quello degli algidi Origami Galaktika o dei "krankyani" Stars Of The Lid. I "principi terrestri", punto d'ancoraggio da cui si parte per il viaggio nei postulati sonori di Maurizio e Emanuela, sono giusto un assaggio di una sorta di organo limato e incrociato a onde sinosuidoli psicoattive, prima del primo approdo concettuale - un titolo come "norme cosmiche" farebbe orgasmare qualsiasi scienziato di Palo Alto! -, che introiettano nell'ascoltatore una dolcissima ipnosi a suon di sussulti circolari e pulvurulente insufflazioni di un suono acuto, che varia verso frequenze sempre più alte e verso sub-tonali che avviluppano l'intera esperienze percettiva in una sorta di perpetua prostaferesi sonora resa da un coltre di impulsi elettrici ipostatici e viscosi loops foncé. Ovviamente consigliamo un ascolto attraverso un impianto hi-fi decente o - meglio ancora - con un buon paio di cuffie, per chè attraverso uno scornacchiato sistema di casse per auto o attraverso improbabili sistemi portatili, abbassandosi notevolmente la risoluzione sonora, le registrazioni saranno meno apprezzabili per via delle microvariazioni che caratterizzano il suo vaculo incedere. Supposto che riusciate a resistere alla tentazione di ripetere l'esperienza acusmatica plasmata sui venti minuti abbondanti del viaggio siderale di Coscmic norms, il movimento ascendente dei drones sarà ancora più palesato in Universal order: inizialmente si ha l'impressione di ascoltare un nastro mezzo smagnetizzato con qualche incisione di Robin Guthrie, ma gradualmente gli accordi ultracompressi sembrano espandarsi come cellule liofilizzate seguendo percorsi di progressiva saturazione e deviazioni acusmatiche già in parte tracciate in qualche loop disintegrato dal para-jazzman texano William Basinski, processo inflattivo che viene in parte meno nelle più "placide" ondulazioni di Electronic Rules. Nè troppo industriale, nè troppo organico. Bel lavoro.
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