Yoshio Machida

 

Hypernatural #3

 

Baskaru

electroacoustic reverie

 



Ci sono voluti quasi dieci anni per la chiusura della trilogia Hypernatural, cominciata nel "lontano" 1999 con il primo volume - interamente autoprodotoo e ispirato ai suoni dell'Estremo Oriente -, considerato dal noto editorialista di Wire, David Toop, uno dei dischi più rappresentativi della cosiddetta musica generativa, e proseguita nel 2002 con il secondo volume, pubblicato dalla tedesca Softl Music - incentrato sui concetti della trasparenza (beninteso, non di quella bancaria!!!), dell'inconscio e dell'esistenza invisiile -, ma alla fine un colpo di coda dell'etichetta francese Baskaru chiude il ciclo di gingilli elettroacustici dell'ingegnoso performer giapponese Yoshio Machida, dando alle stampe il terzo volume senza lesinare elogi ed encomi di sorta, discreto assemblaggio di registrazioni di campo e suoni strumentali ritrattati, volti - stando allo statement dell'artista - all'evocazione simultaneo di una dimensione universale e di spazi interiori, dell'umanità in rapporto con la natura, concetto che viene districato attraverso l'esplorazione dall'obolo dell'oblio, che così viene ripensato da Machida: "L'oblio è proprio della correlazione fra la materia e il tempo. L'oblio ha un aspetto positivo: sembra essere un fenomeno del tutto naturale del processo temporale e diventa uno dei fattori per la creazione di nuovi universi. La natura consiste in una miriade di diversi cicli memoria-oblio". Un tema forse un po' settecentesco pre-romanticista in cui la memoria viene accostata alla vita e l'oblio alla morte e queste facoltà della mente umana vengono riportate in una dimensione naturale, come se dettata da meccanismi automatici e processi deterministici, in parte criticabile dunque, ma che è una sorta di canvas che funge da supporto all'aspetto puramente "filosofico" di questo lavoro.

Sordide scaglie sinfoniche introducono all'esperienza sonora avanguardista di Machida, abile nel cesellare il pattern spezzettando arie e colmando gli interstizi con echi spettrali, conferendo una sensazione di moto perpetuo all'ascoltatore: in Ocean Of Memory sembra quasi che abbia dato voce a brani di memoria ed immagini frammentate affiorate alla coscienza come coralli staccatisi dal fondale per effetto della corrente e sospinti da essa alla deriva, sospensione che viene traslata verso la conclusione della traccia in dissonanze ottenute facendo slittare il pitch. Rumori vischiosi e strampalati squittii su frammenti di discorsi renderizzati in stile Cunningham sono udibili nella claudicante Camouflage (di gran fattura le stimolazioni tubulari innestate su echi atmosferici della seconda parte), che da corridoi strettissimi segue un movimento espansivo attraverso saturazioni sonore che contrastano con le arie frantumate a cui Machida sembra protendere. La capacità di cesellatura delle frequenze è una costante di tutto il disco, ma nelle "scene" Yoshio regala ai padiglioni degli ascoltatori più affamati di suggestioni autentici camei: nell'acquatica Retrospective Future, a qualcuno potrebbe sembrare che bizzarri animaletti acquatici si stiano cimentando nell'assemblaggio di un concerto di chamber music, dopo il naufragio di una nave con un carico di arpe e clavicembali nella stiva diretto chissà dove, performato nelle profondità dei fondali; in Bubbles, i microfoni sembrano aver catturato una nenia cantilenante di bambini stonati nelle vicinanze di qualche fattoria dall'interno di qualche rimessa per macchine agricole... l'effetto è piuttosto straniante, ma al contempo parecchio suggestivo; nella terza scena, la sinfonia a cui fa riferimento il titolo è fatta suonare da elementi naturali, in prossimità - non è difficile intuirlo! - della costa... non è dato sapere di quali cavità rocciose Yoshio abbia sfruttato gli strani effetti di risonanze, ma simpatico è il modo di sottolineare l'approccio dadaista alla composizione attraverso la registrazione di una quasi-melodia effettata di una specie di strumento giocattolo. L'approccio vagamente old school è maggiormente palesato nelle restanti tre pieces, in cui l'ipernaturale dell'intitolazione delle trilogia si manifesta in sventagliate di sgonocchiate evocazioni metafisiche che dell'approccio dei giovani sperimentatori dagli occhi a mandorla conservano una semplicità, una compostezza e un senso di equilibrio non rinvenibili in simili sperimentazioni "occidentali": notevoli a riguardo sia le fluttuazioni astratte e la sospensiva alternanza di silenzio e piumaggi sonori sakamotiano di Silhouette, le divagazione di koto/shamisen nella ninnolante e oblunga Siesta e soprattutto la reverie bucolica finale Hypernatural (splendidi i vitrei arpeggi e i cinguettii metallici... sembra quasi che qualche povero uccellino, visitatore del cortile di casa Machida, abbia scambiato per mangime dei dadi della Toyota!). Alla fine del disco potreste essere incuriositi dall'immaginario di questo performer da voler cercare altre sue manifestazioni soniche, comprese quelle spacciate attraverso la sua etichetta personale, la Amorfon (mai denominazione fu tanto azzeccata!).


01.Ocean Of Memory
02.Camouflage
03.SCENE 16 Retrospective Future
04.SCENE 05 Bubbles
05.Silhouette
06.SCENE 27 Symphony
07.Siesta
08.Hypernatural

Pagina a cura di Vito Camarretta 02/04/2008