Dopo le apprezzate Topofonie, torna il musicista elettronico veneziano Enrico Coniglio, questa volta accompagnato dal delicato tocco pianistico di Elisa Marzorati, per l'annunciato progetto (sempre edito dalla sorprendente etichetta irlandese Psychonavigation) dyanMU, che stimola la nostra curiosità fin dall'eleoquente packpaging. Sulla cover è riprodotto un monolite cubico, simbolo in alcune culture del raccordo fra la terra e l'empireo, ma traslato dalla cinematografia come simbolo del misterioso intreccio fra naturale e artificiale, che sembra eroso ma non del tutto consumato dal tempo e dall'"ordine" random della natura che lo circonda in relativo contrasto con l'ordine geometrico della figura. Una potente immagine che sintetizza l'incontro fra la musica classica e quella elettronica, intersecate in vari modi nelle undici tracce del disco, secondo una rivisitazione dei canoni divenuti quasi un dogma introdotti da musicisti come Brian Eno (con la sua ricerca sonora nella cosiddetta "musica ambientale", ovvero musica atta a "descrivere" un ambiente senza il ricorso delle parole o di rigidi schemi classici, e al contempo a far parte dell'ambiente in cui è suonata) o Robert Fripp (pertinente la citazione in Timepiece di The Outer Darkness, una dei lavori più "miltoniani" del suo repertorio) filtrata dalla logica della preservazione dell'"errore" alla base del glitch. Conforme ad una confluenza che ha ripreso a risuonare nelle sale da concerto e nei salotti di molte cose con sodalizi come quello fra il noto pianista Ludovico Einaudi e Robert Lippok (una gamba dei To Rococo Rot), ma propenso a quella cinefilia e alle immagini mentali prodotte da musicisti come Fennesz o lo stimato pianista anglo-tedesco Max Richter, dyanMU sposta l'ago del bilancino di precisione verso esperienze sonore che ben si adattano anche a spleen emotivi da cameretta, riuscendo nel corso degli oltre 40 minuti di riproduzione a dare l'illusione che le lancette dell'orologio si fermino. Camei minimalisti e fulgide schegge di trasognato intimistico che fanno percepire quasi all'ascoltatore il cigolare dell'anta di un armadio eroso dai tarli o il fluttuare di tende mosse dal vento nella penombra di una camera, ideale profilassi che separa la quieta stasi dell'ascoltatore dalla dinamica immobilità della natura si avvicendano in delicati equilibri in cui il rifiuto dei canoni non è mai troppo vicino all'idiosincrasia.
Coinvolgente fin dall'iniziale Brushwork, in cui oltre ai pennelli musicali di Enrico ed Elisa, vi è anche quello della brava violoncellista Rena Jones, attivissima esponente della scena downtempo che recentemente ha impreziosito il suo palmares con collaborazioni di gran pregio e attualmente impegnata sul suo quarto album. Dopo il crepuscolare ronzio di Mothlight, segue l'ottima Foliage: l'ago si sposta decisamente verso la vena classica del progetto e verso i colori e le temperature tiepide dell'autunno, miste al senso di placido risveglio della natura. I fraseggi pianistici sembrano provenire da una dimensione lontana, irradiando la stessa tensione e lo stesso senso di temporaneo distacco all'ascoltatore, preso per le coclee e accompagnato nella fievole luce di un'alba surreale nel giardino di stimoli dell'avvolgente Birds Delight, in cui un drone subtonale si confonde con suoni sibillini dal movimento circolare di sequenze che si fanno via via più ipnagogiche su sporadici backings che ci ricordano per l'uso che se ne fa certe obnubilate sequenze degli eterei Boards Of Canada. Transitando per la leggiadria di Bell-ringer molto simile a certe cavalcate mentali tra le nuvole dei Nova Nova sospinte dalle corde di martelletti del pianoforte e per le suggestioni umbrifere della rarefatta Cableway, si giunge ad uno dei momenti in cui il predetto ago ritorna a propendere verso le macchine di Enrico: in skip to eXit, da cupe sinosoidi di basso emergono un suono sintetico acuto, messo a contrasto con i gravi rintocchi di note di piano delle prime ottave, prima di aprirsi e rinchiudersi in un interessanti gioco di scomparse e riapparizioni sul radar sonoro. Levare e accenti che richiamano le didascalia sonore di Satie o i leziosismi del più lunare Debussy di Walking Distance fanno da arioso corridio che conduce nelle due parti di Loss, in cui i rintocchi del piano e le crepuscolari tonalità elettronica fanno quasi da frangiflutti gli uni delle altre e viceversa fino a quando - nella seconda parte - sembrano quasi compenetrarsi in una oscura sinfonia che fa da eco al solipsismo più impenetrabile, richiamandoci alla mente la narcosi notturna del Rupert Huber nelle vesti di pianista. Chiude il nostalgico sfilacciamento di Timpepiece.
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