City Rain

 

Light Turned On

 

Boltfish

electronic glitch

 



La musica è un veicolo per accendere (e talvolta per spegnere...) le luci interiori molto spesso. Di questo suo inconfutabile potere, ne è pienamente consapevole l'artista americano, residente in una delle capitali del soul rinnovato, Philadelphia, Benjamin Runyan aka City Rain, che in occasione del suo primo long playing per l'ottima, ma ancora quasi sconosciuta, etichetta inglese Boltfish, sceglie di battere percorsi profondamente intimistici e far della musica il veicolo espressivo privilegiato per accendere fari e ammirare il modo con cui la luce del suono deterge, dilava e si staglia sulle valli scoscese e le invalicabili rupi del suo mondo interiore. Una luce che quasi mai è sinistra: dall'alea e dai placidi scapes sonori, intervallati a medley in cui la parte ritmica si fa via via più glitch e spezzata da battute sincopate, ma sempre incuineate in una melodia processata, sembra quasi un'esplorazione serena e contemplativa più che uno sfinimento nel voler perforare le profondità più oscure tanto da renderne la fruizione funzionale alle esplorazioni interiori dell'ascoltatore oppure molto più semplicemente idoneo alla sonorizzazione di un qualsiasi ambiente fisico "laboratoriale". Un album che si tinge di malinconia (soprattutto in tracce come Click Clack o nella contemplativa e dimessa Philadelphia, in cui i beat si fanno rampiacanti da radici pianistiche e acusmie rabbuiate), ma anche di suadente connubio fra suoni digitali e strumenti reali.

La sua anima elettronica ricorda spesso l'infuriata del glitch mieloso e romanticoide (cfr.Bauri, Signaldrift, Proem e altri) in voga fino a qualche tempo, quella citaredica attinge talvolta dai repertori di afflati armonici spesso riconoscibili (come nel caso di Back On Track, in cui il giro di chitarra ricorda qualcosa di noto dei Red Hot Chili Peppers), la compenetrazione delle due anime - sebbene talvolta appaia un po' forzata - nella maggior parte degli episodi conduce a risultati apprezzabili. Quando il beat si fa più incalzante e i bpm viaggiano più veloci, sembra assistere coi padiglioni ad un ideale apparentamento fra la chill dub di derivazione tedesca con la techno-trance ritornata in altre sembianze ai giorni nostri per tramite di producer e dj come Gui Boratto o John Digweed e in taluni casi sembra di ascoltare vecchie glorie (Human League o Model 500), riemergere da un grammofono impolverato dall'ansia del progresso costante. Un notevole spazio è dato anche al campionamento di rumori d'ambiente (come nel clic, non molto dissimile al rumore di un cucchiaino di metallo fatto percuotere su una bottiglia di vetro in 12) e suoni organici rubati alla natura. A proposito del processo compositivo, l'artista ha usato queste parole per descriverlo: "I wanted the album to be very electronic but at the same time have an organic human feel. I implemented this through the use of recordings from around my apartment and outside my apartment. I wanted to convey the deep emotions as well as the daily hum drum of going to work, making dinner, etc... In this way I synced recordings of playing around on my desk, handling dishes, and jingling keys to a rhythm.". Nonostante sia al debutto, Benjamin mostra una perizia notevole nell'uso di alcuni trucchetti nella registrazione e una spiccata sensibilità musicale, combiando scoppiettanti pulsazioni di beat box ad un editing piuttosto articolato, textures perfettamente intersecati agli accenti su cui si svolge la melodia e calde basslines; il tutto frullato dall'intento di essere in qualche maniera autobiografico e disvelare una penombra intimista. Difficile immaginarsi l'autore, dopo l'ascolto del disco, impegnato in strenue "laptop battles", ma è un vissuto che credo ritornerà in maniera preponderante in produzioni prossime a venire. Frattanto godetevi questa parentesi "romantica".



01.12
02.A Familiar Warmth
03.Back On Track
04.Face For Books
05.Mia
06.Well You Said
07.While I Was Dreaming
08.Click Clack
09.Philadelphia
10.Chasing Leaves
11.Left You A Letter

Pagina a cura di Vito Camarretta 12/05/2008