Non c'è niente di ironico nelle suggestioni giustamente impietose del veneziano Enrico Coniglio quando rievoca la "sua" laguna e lo scempio perpetrato negli anni dalla vorace industrializzazione e dalla conseguente urbanizzazione selvaggia che sta distruggendo un habitat di cui resta solo nostalgica memoria, a cui il musicista avvalendosi di un'invidiabile schiera di collaboratori (dal leggendario Roedelius a Nicola Alesini, dal sapiente pianista Guido Marzorati al trombettista Arve Henriksen, da Alvise Seggi all'abile Massimo Liverani e a Piero Bittolo Bon) sembra voler dar voce, evocando sensazioni provate da una dimessa contemplazione di uno dei casi più tristemente esemplari nella nostra Italia di sottocultura anti-ecologista o se si vuole di industrializzazione poco lungimirante e incurante delle conseguenze sull'ambiente.
E si potrebbe facilmente far umorismo dalle fosche tinte grigie sull'origine del nome Marghera, nelle cui vicinanze è sito un porto in cui trafficano ogni anno centinaia di petroliere. Mar-ghe-era, ovvero "mare che era" nel dialetto locale. Una volta c'era il mare... Poi a questo è subentrata la terra, lasciando il mare che c'era a propiziare un florido futuro, poi anche il mare si sta ritraendo idealmente, lasciando il posto a liquami evocati essi stessi dalle sonorità febbrili e fragili di queste Topofonie firmate con il nome collettivo Areavirus ("contaminalico" quanto basta....), che sembrano comunque voler una via di fuga forse intimista, ma splendidamente consegnata alle coclee degli ascoltatori che nella seconda parte del disco - dopo essere passati attraverso paesaggi sonori fatti di rabbia soffocate, di immaginifici giardini virgiliani a ridosso del mare, di peripatetici orizzonti in cui il pensiero si inerpica lungo gli scoscesi pendii delle possibilità - fa irruzione il sogno, interrotto dall'incombenza e dal gravame della realtà. Le atmosfere del disco sono curate quasi maniacalmente, risultando in un emozionante viaggio sonico non privo di discrepanze e disarmonie, che sembrano affiorare dalle stesse profondità in cui il suono sembra inabissarsi come presagi di ineluttabile logicità. Ancora una volta encomiabile lo sforzo discografico della quasi sconosciuta etichetta irlandese Psychonavigation, che forse inconsapevolmente sta riuscendo nell'intento di configurare e sospingere quello che qualcuno non esiterebbe a definire "neoclassicismo elettronico" per il potere descrittivo e talvolta "tragicamente" contemporaneo dei progetti proposti. Disco più che consigliato per audiofili e non. La precisazione che si tratta del primo volume fa sperare decisamente in un seguito...
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