E' uscito in primavera questo disco di Marsen Jules -pseudo nuovo nuovo di Martin Juhls, musicista
dato in pasto alle audiences internettiane dalla net-label Autoplate-, eppure tutti si sono
lamentati del fatto che pare musica adatta per la caducità propria dell'autunno -la suggestione è alimentata evidentemente dal titolo
decisamente fuorviante secondo il nostro punto di vista (dato che Herbstlaub è un'espressione tedesca che vuol dire "foglie autunnali")-,
anche se noi
lo vediamo più associato all'estate se proprio si sente la necessità di simili prostaferesi.
Se si avverte una tale necessità, evidentemente ci deve essere ragione. Presto fatto, visto
che le sventilate sinfoniche emanate da questo disco potrebbero far venire alla mente
Vivaldi e le sue Stagioni… Ebbene sì. Vi sembrerà strano, ma si tratta proprio di musica
classica.
Musica classica nonostante non sia facilissimo distinguere la strumentazione acustica
dall'equipaggiamento digitale e nonostante i metodi e le tecniche decostruttive in
Herbstlaub sembrano essere piuttosto monolitiche, dato nello svolgersi delle sei tracce
le parti melodiche sembrano null'altro che la ripetizione in diverse salse dello stesso
identico movimento. Che ci siano delle ragioni per siffatta scelta che ci sfuggono è quasi evidente.
Forse una qualche filosofia zen (pre o post che dir si voglia) da sventagliare come
la migliore antagonista ad un mondo frenetico, in perenne corsa, etc etc…
ma a dirla tutta non abbiamo voglia di curarcene con atteggiamento pervasivamente zelante. Ci si
può immaginare piuttosto che Marsen/Martin abbia composto queste suites durante
una reclusione pomeridiana (magari in autunno, immaginando l'estate… ma dopotutto
non ci sono acquazzoni anche nella "bella stagione"?) , fatta passare al pianoforte
o al sintetizzatore rigorosamente in pantofole e accappatoio intervallando lo
sforzo compositivo fra un cicchetto di whisky, un poncio ristoratore e un caffè
allungato (tanto quei pomeriggi in genere sembrano più lunghi del solito…).
Accenni melodici (bisogna essere ciucchi per sentirci delle melodie… origliatori
attenti fateci caso…) che danno una qualche idea di fragilità e di caducità, suites
vaporose che si insinuano tra una vagheggiante e quanto mai astratta elegia della
bellezza e della compostezza classica e un claustrofobico desiderio di spazi
aperti potrebbe farvi sognare ma potrebbe anche favorire un sonnellino… pomeridiano.
Di una stagione qualsiasi… Narcofonico, ma piacevole.
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