Uno
dei migliori dischi pubblicati nel 2005, Pale Ravine è l'atteso album dei Deaf Center, duo
costituito da Erik Skodvin e Otto Totland già ben accolto dalla critica in occasione dell'uscita
dell'EP Neon City, che sembra essere uscito dal meteorite abbattutosi sul pianeta Musica lanciato
dai Sigur Ros e dalle complesse personalità musicali di terra scandinava emerse da un qualche
angolo buio dell'universo. Se si aggiunge a quel cupore e a quella melanconica descrittività e
all'epicismo sublimante, quel quid che accomuna idealmente produzioni talvolta differente per i
registri adottati quali quelle di Luigi Einaudi, Max Richter, Marsen Jules o Ryan Teague questi
Deaf Center sembrano voler lasciare un solco piuttosto netto nella crescita della scena
scandinava (peraltro già piuttosto matura stando a quanto espresso negli ultimi anni).
Attingono
dalle memorie e probabilmente dal setting glaciale da calzettoni termici e lunghi inverni questi
norvegesi, quando fanno risuonare riverberi cinematici, pianoforti scassati e impolverati,
registratori di cassa, dischi logori e macchine arruginite (nel loro equipaggiamento potrebbero
annoverarsi anche dei cannocchiali con lenti mal calibrate) in un unisono in cui si ammucchiano e
si condensano memorie tiepide e sospese su una fune tra due estremità che qualcuno potrebbe voler
chiamare angoscia e claustrofobia. Un orologio a remontoir che sfontana glossemi musicali ben
decantati in un sudario di anthem e camei dagli alti rilievi emotivi. Tutte le tracce -ne siamo
sicuri- vi stimoleranno l'immaginazione: le danze sublinalmente solenni di White Lake, i drappi
violacei e grigi delle sonorità di thread, l'aura misteriosa che si tinge di valzer anni '30 di
The Clearing, la cupa potenza degli echi e dei delay di Thunder Night. Un altro capolavoro di chi
con perizia riesce a fasciare la musica classica con l'elettronica raggiungendo picchi espressivi
davvero vertiginosi. Consigliatissimo.
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