Scovati nei meandri della rete, questi progetto
vengono da una terra che si sta rivelando da qualche tempo una fucina di musicisti
elettronici talentuosi, il Cile. Siamo distanti dalla techno sperimentale di
Ricardo Villalobos (probabilmente il connazionale più famoso al di fuori dei
confini nazionali), ma Jorge Cortes -nome noto in Italia a pochissimi
appassionati della scena industrial ed elettronica- si rivela abbastanza
innovativo. Se vi chiedete come mai siano passati ben 4 anni dalla data di pubblicazione alla data di presentazione in questo spazio di Cancer, la risposta è abbastanza ovvia: in Italia ben pochi seguono quella scena vuoi perchè non c'è un grosso ritorno commerciale legato al genere -chiamiamolo pure industrial elettronico-
in cui è ascrivibile un progetto come questo, vuoi perchè la si conosce poco e i canali di
distribuzione si riducono al passaparola su internet. Sensibilmente diversa la situazione in alcune aree dell'Europa... Il sound che propone Jorge ricorda formazioni quali i Mlada Fornta, denso come è di microsuoni elettronici abbastanza dumped, impulsi sonori simili a quelli che si ottengono giochicchiando creando piccoli corti circuiti in qualche vecchia macchina sonora, rumori ancestrali, bassi ipersaturi atti a
scandire il tempo meccanico di una macchina tachicardica, atmosfere cupe e abissali. In altre
parole, un'esperienza sonora che ritengo di un certo interesse. Ciascuna tracce viene
assemblata quasi in maniera modulare, secondo quell'approccio che nell'area teutonica è
noto come costruttivismo, termine preso a prestito dalla notoria corrente artistica
avanguardista: in parole povere, viene costruita progressivamente aggiungendo nuovi
mattoni sonori a creare un edificio sonoro. In genere ciò che viene aggiunto oltretutto
non viene quasi mai tolto, sicchè si avrà la suggestione di una struttura (sonora)
complessa e in perenne fase di saturazione. Buona anche la capacità di cesellare attraverso intricati pattern ritmici, caratterizzati da sincopi totalmente irregolari. Buono anche il livello di sperimentazione nella
"forgiatura" di ogni singolo meme sonoro.
Per ADN (al secolo Daniel Nieto), prevale l'aspetto visionario e organico, dato che in questo Hormiga, sembra aver riscritto la soundtrack per Ants, a colpi di Amiga e Atari. Microritmi su cadenze striminzite, pulsazioni quasi impercettibili, sintesi granulare a iosa e suonarelli che si potrebbe immaginare provenire dallo stetoscopio di un ornitologo, l'immaginazione è davvero veicolata verso una battaglia (non ci vuole poi tanto a figurarsela) di formiche che si incazzano fra di loro per una briciola di biscotto. Dischetto carino non fosse altro che per le sue intenzioni.
Per ciò che riguarda la "mission" dell'etichetta da cui promana questa produzione, non sappiamo molto, anche se pare che un qualche dato dovrebbe desumersi dal nome. Ojo De Apolo. Seguendo le linee interpretativa indicata dalla mitologia greca, sembra quasi che l'etichetta cilena si proponga di essere in qualche modo sinestetica e visionaria… dovrebbe essere dunque la vista l'organo che dovrebbe presiedere l'ascolto. Un concetto non sempre facile da afferrare, se non ci si accosta a certe sonorità. Apollo, lo si ricordi, dio del sole, punto di riferimento per l'ecumene panellenica, che divenne simbolo di unità culturale, superamento delle divisioni monolatriche e settarie. Al di là di ogni riferimento più o meno esoterico o letterario -visto che gli artefici della label fanno riferimento ad un racconto di Chesterton (eccellente letterato polemista inglese, maestro del grottesco e dell'ironia, uno dei pochi intellettuali che si oppose pubblicamente alla guerra boera), in cui si racconta del modo in cui si possa far rinascere il culto di una divinità antica per giustificare ogni genere di crimine… (!) - o di qualsiasi campanilismo di sorta che vorrebbe l'industrail relegato ad espressione riservata a culture più marcatamente segnate dallo sviluppo (?) industriale, queste proposte provenienti da posti od aree da cui tutto ci si può aspettare tranne che un'etichetta di musical electroindustrial -riteniamo- possano giovare anche agli artisti di questo emisfero, sempre più oberati -fatte le dovute eccezioni… e tra gli italiani escluderei da questo processo di regressione stilistica i Pankow- dalle richieste delle etichette, ovviamente orientate più al mercato che alla sperimentazione. Insomma, demolite e ricostruite… pare che vogliano ricordare questi cileni.
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