Regola numero uno per le scuole di aerosol art e spraytype:
"A Blank Wall Means A Blank Mind". Proposizione da
intendersi come un allusivo double-meaning, riferendosi non solo alle atone
strade delle città del pianeta, ma anche probabilmnte alle radici culturali
dell'hip hop, espressione cardine della black music contemporanea. Laddove
c'è uno spazio vuoto o un bisogno, va riempito con ciò che ti passa per la
testa. Una massima che vale anche nella vita, certamente. Ma è anche una
massima che spiega da dove discende l'etica do it yourself dell'hip hop e il
motivo per cui i muri delle città si trasformano in piacevoli gallerie
pubbliche di colori e personaggi (e -se lo si concepisce come modo estremo
per comunicare il disagio urbano o certo malcontento- invettive politiche o
sociali, atte a manifestare ciò che è espressione nelle democrazie evolute
-tra cui nominalmente figura anche la nostra- di quella che viene
genericamente definita come "libertà di opinione", altrimenti
soffocata, se non addirittura esorcizzata dai media ufficiali). Formalmente
parte da questa necessità l'idea portata avanti dalla Mother Tongues, etichetta hip hop impegnata
nella diffusione e nella promozione dell'hip hop al femminile, ma con alcune
differenze rispetto alle oscenità propinate dalla feminine-hip-POP
(l'immaginario -o il bestiario- è vasto e non riteniamo sia necessario
evocare le strumentalizzazioni a cui soggiace il gentil sesso per volontà di
scelte pubblicitarie e di marketing ancora troppo machiste). Primo: la
qualità musicale. Secondo: certa consapevolezza che discende da progetti
culturali seminali, nati proprio in seno al cosiddetto "black feminism".
Il primo nome che salta alla mente è quello di Bell Hooks, autrice di alcune delle più
incendiate battaglie intellettuali -anche se non sempre originali e
pertinenti-, tra cui quella che statuirebbe l'equivalenza fra la perdita
dell'idealizzazione e le varie forme di sindromi anaffettive. Anche se non si
capisce perchè nonostante i temi caldeggiati qualche anno fa, il movimento
letterario sembri assopito, le amazzoni dell'hip hop smentiscono l'ipotesi
secondo cui il black feminism fosse solo un'altra parentetica opzione
spirituale, partorita dalle stesse istanze messe in discussione. Gli
editorialisti americani già parlano di turning-point creativo.
Un'iniziativa
simile -ci ricorda Heidi Pasqual- risale ai primi anni '70, allorquando un'etichetta americana, la Olivia, dedicò un intero catalogo alle
jazzwomen. Tra le sue fondatrici vi era la nota Chris Williamson, pietra miliare della storia
della musica al-femminile -il suo disco più celebre Changer and The Changed
superò quota 250000 in numero di copie vendute-, vero e proprio riferimento
per la comunità femminista e lesbica. Premettendo che talvolta queste forme di
espressione finiscono col risultare "autoghettizzanti" senza
eliminare o quantomeno attenuare i pregiudizi in fatto di sessualità, nel
reame dell'hip hop, le donne si rivelano pure strumentalizzazioni in chiave trendaiola-consumistica
o, nel peggiore dei casi, machista, quando la cantantucola di turno viene iperormanalizzata
e adattata a fantastica bambola di carne -alcuni simpatici pubblicisti
d'oltreoceano hanno già coniato l'espressione "sperm urban legend"
per designare codesta fattispecie di entità spettacolistiche. Un velo pietoso
andrebbe steso su vere e proprie parodie vertenti sulla presunta superiorità
dell'uomo sulla donna -gli esempi sono innumerevoli: dalla
"battaglia" tra Sporty Thievz (autore di un remake ironico di No Scrubs,
intitolata No Pigeon, e Tlc che recita "A Pigeon is a girl who be walkin'
by / My rimmed up blue brand new sparklin' five/Her feet hurt so you know she
want a ride /But she frontin' like she can't say hi ") fino a
figurine quali le Salt 'N' Pepa o Roxanne Shante...
Dopo la piacevole Sextramental,
intro strumentale, potrebbe sembrare una sorta di scherzo inserire la traccia
della brava Maya Jupiter e di Moka Only (l'unico Mc con il pomo d'Adamo) seguita dalla lirica The Harvest
di Trey sulla storia dell'hip hop al
femminile e una sarcastica The Beat Goes On di Ebony Williams. Il sound orbita sull'ottimo
data bank che caratterizza altri progetti di casa Quatermass: sempre
vacillante tra rumorismo e sonorità semi-harsch, tra ill-bient e saturazioni
sugli effetti. Due le voci che ci hanno colpito: quella rauca di Shorti Rv nonchè -vuoi per l'attualità
della liriche vuoi per il modo in cui viene interpretata- di Phoenix. Sebbene sorga qualche dubbio
che Mother Tongues sia davvero rappresentativa della scena underground dell'hip
hop femminile australiana (considerando un dato numerico: solo quattro
artisti firmano undici delle quattordici liriche della selezione), suggeriamo
di ascoltare quanto queste ugole ruggenti emettono dai palchi australi con la
speranza che l'interessante iniziativa portata avanti da Heidi Pasqual
acquisisca maggiore consapevolezza e (talvolta) maggiore aderenza con la
"realtà" a quella che qualcuno non esita a definire società al
testosterone.