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The Everlasting Blink
Sport/Ministry of Sound Recodings clinical audiotrials |
Li avevamo lasciati
sulle nuvole. Ora li ritroviamo in sospensione in un liquido di sali
minerali e vitamine assumibile per endovena, materializzatisi in
sottaceti conservati in soluzione di formaldeide (l'ironia pare non
mancare...). Una flebo? Non si direbbe dato che l'album pare
concepito per l'aperitivo, se ci ferma alla miscela strumentale e
sonora instillata dal Bent-belt, noto a molti per Programmed to Love (2000), contenente numerose
song diventate paradigmi audio per molti inguaribili sentimentaloni (Swallow,
Always e I Love My Man), ascritti da qualcuno come una vera
e propria svolta nella produzione "leftfield" e nay-pop
(come dire... "dalle piazze al tepore dei caminetti").
Considerazione eccessiva se si considera che il duo -Simon Mills e Nail
Tolliday-di Nottingham ritiene quel disco nient'altro che una
raccolta di "nice-tracks" con poco o niente del loro punto
di osservazione artistico. L'araldica stilistica bentiana si
avvale di un parco strumentale e di giochetti melodici discreti (bravi
nell'uso di poche, ma indovinate, prolazioni e nel combinare stornelli
elettronici, xilofoni, fiati, arpe e organetti con beats
rock-a-steady e downtempo), ri/creando luccicanti berceuse e ariose
sinfonie pop.
Cocktail-funzionale si diceva, ma non senza trovate non certo geniali ma quantomeno divertenti. Cominciando dagli aspetti più in vista: il titolo, il package, il marchio impresso all'opus. Il titolo: The Everlasting Blink (l'occhiata senza fine o, se si preferisci, il guizzo interminabile). La scelta, a dire di Simon, discende dal fatto che quell'espressione ebbe un certo riverbero nelle teste bentiane, perchè -pare- che nella stessa fossero "compenetrate" l'idea della vita e della morte [il blink, termine che sta ad intendere anche il "lampo di luce", è per l'appunto originato dall'aprirsi e dallo schiudersi delle palpebre]. Pertanto intrigava l'idea di associare l'onirofilia tutta bentiana all'idea della preservazione della vita. Difatti, spiega Simon, la traccia di apertura King Wisp sa di nascita (o di rinascita) mentre la chiusa richiamerebbe la morte. Alla luce di questa professione dall'aura pagana, ci sembra strano e quasi contraddittorio che i Bent si rifiutino di considerare The Everlasting Blink un concept-album, sebbene ci sembra che ogni track sia permeata di una dinamica celebrativa della Bellezza (oggettiva), forse perchè innocente, come inno/cente è l'approccio divertito alla composizione e al sound-melt dei Bent "When we’re making music we don’t want to pressure ourselves into being up our own arses. We sit there having a laugh and we feel playful, just like kids playing. If you try and be clever it sounds like constipation". Il package con l'associazione alla confezione di onions (cipolle... già sbucciate!) e l'iscrizione "Our onions taste as good as they look" con la flebo sul retrocoperta. Il marchio, l'imprinting: una costipazione infantile.
E divertenti burlonerie si paiono i campionamenti e i
restyling di tanti "astri" degli anni settanta. "Beautiful
Otherness" vede la comparsa della voce di Jon Marsch dei Beloved, in "Magic Love"
vengono insufflati rimature di Captain e Tennille su sonorità "daft", mentre
sulla traccia pic-nic par excellance -"So
Long Without You" - si staglia la fresca penombra di Billie Jo Spears, fulgida chansonnist country e
la citazione dal retrogusto elvisiano ("I'm so hurt to think
that you lied to me"). E difficile è non ritenere simaptico
l'esperimento di plastificazione sulla voce di David
Essex -idolo degli adolescenti di una trentina di anni fa- in "Stay
the Same" (bravi nel farla cantare contemporaneamente al
fruscio del vinile) così come la "balearic suite" di An
Ordinary Day. In sintesi, niente di trascendentale, ma sarà
difficile non farlo suonare molte volte nel vostro lettore dopo
il primo ascolto. Merita una visita il sito: http://www.bent-world.com
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Pagina a cura di Vito Camarretta 01 / 04 / 2003