L'accostamento tra l'afflato sonoro degli
Spherical e una piantagione di cactus ci pare azzeccato.
Le aspettative di una fioritura rigogliosa e colorata vengono disattese dalle spinose arborescenze di
tante cactacee svettanti in una selva -piuttosto che nel deserto-, le cui pareti ricordano più i loculi
(vuoti) di un cimitero, fusione di immagini, che non riteniamo troppo ovvio per chi -come gli
Spherical- sta riscoprendo la funzione risolutiva e intimistica dell'espressione musicale. Le liriche
sono per lo più effusioni antologizzate, plasticamente ermetiche e dis>agiate della brava
Kristina
Birshoff
(la cui espressività tocca l'apice in Got Me e Whatever It Takes) e -supportate da discrete
groove-sessions non troppo pervasive- risuonano come tragiche declamazioni e stirate
commemorazioni. Manifestazioni venali tra velleità intellettuali e languide congetture
apprezzabili, ma forse esageratamente compassate.
Sebbene gli
Spherical siano ritenuti dalla stampa di settore tedesca una punta di di<amante della
scena trip-hop, sono più che riconoscibili gli spunti presi dall'esperienza inglese (Portishead in
primis) e oltretutto pare che siano loro stessi a non negare l'influenza di quel sound. La carismatica
Kristina e le flautate performances vocali non bastano ad eclissare la bravura dei musicisti coinvolti
nel progetto -dal batterista Michael Pahlich (di impostazione "jazzistica") ai compoprogrammatori
Paulo Santos e Oliver
Fischer. Riconosciuti dalla critica e dalle folte audiences, saltano agli occhi
della stampa internazionale quando una loro traccia -Shine- diviene soundtrack della pellicola "Short
Sharp Shock", fortunata rampa di lancio per le successive esperienze. Conquistano il primato di
una classifica dedicata ai gruppi emergenti tedeschi entro il contesto del John Lennon Talent
Award, una fugace partnership con la Emi Music e diverse sponsorizzazioni dall'advertising di noti
marchi (dalla Volkswagen alla OCB fino alla Red Bull). Tutto ciò farebbe presagire bene per una
formazione che si professa 'outstanding', denominazione in cui danno ragione di credere avendo
rifiutato agli appetitosi contratti offerti da blasonate major, accettando di produrre per la piccola
Wohnton, fucina di talenti dell'area di Amburgo. Speriamo che non si montino la testa...
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