| Il
cavaliere della musica contemporanea, quel Jah
Wobble, consacrato
-e non a caso- tra i capisaldi della musica contemporanea per aver dato
"forma" al virulento nichilismo di certe frange del
punksterism, evocando -come pochi avrebbero saputo fare- qualsiasi
stilema musicale conosciuto sotto questi cieli (dalla dub al reaggae, da
Stockhausen a variegate frivolerie etniche), ritorna in queste
registrazione live con gli scudieri del juggling etno-psichedelico, i Deep
Space, con questa
ottima produzione, che raccoglie episodi live, registrati principalmente
tra Manchester e Hartlepool.
Impeccabile sul piano
tecnico ed esecutivo, questa enseble astragaelica distilla dieci
capolavori di sincretismo etnomusicale. Al centro della speculazione
espressiva -non completamente esente da sofisticatezze percebili dai
padiglioni più allenati-, vi è il complesso immaginario musicale
indiano, anzi ad essere più precisi quello dell'India sudorientale,
ovvero quello che preservava -nonostante l'esistenza di determinati
canoni compositivi- la libertà espressiva del musicista, capace di
rendere meglio il proprio stato d'animo (o più semplicemente una
stagione, un'ora del giorno o della notte, un colore) cavalcando
attraverso i ventidue microintervalli fissi (gli 'sruti'), che
contraddistinguono il sistema del solfeggio, relazionandoli ad un suono
fisso, una sorta di tonica, che diventa il "baricentro" su cui
ruota ogni elemento espressivo. E' pertanto giustificata una delle
denominazioni del "modello compositivo" indiano, Samgita,
che tradotto alla meno peggio dal sanscrito potrebbe voler dire
"arte dei suoni". Un'arte che
Wobble e Deep
Space conoscono
bene, tanto da potersi permettere di integrare le "classiche"
scale eptafoniche e pentatoniche (davvero complesse...) con stilemi
moderni (dub in capo a tutti), senza intaccare il corpo melodico -quasi
sempre "convenzionalmente" ripreso nei "tehai",
ovvero le formule di chiusura. Nello strumentario primeggiano il sanai,
il flauto di bambù e la vina, oltre al variopinto set percussivo. Un
profano rimane sconcertato a volte di fronte a questa forme espressive,
ma sbaglierebbe nel ritenere che si tratta esclusivamente di esotismo,
di ricercatezza fine a se stessa o addirittura di astrattezze. La
giustificazione del "neo-esotismo" -se così vuol chiamarsi-
va ricercata nelle tradizioni filosofiche e religiose, la cui
esposizione esula dai miei intenti. Basti ricordare che uno degli
statement di quelle culture è l'idea della ciclicità, contrapposta
alla "linearità", che ricorre invece nella cultura
occidentale. Talvolta diventa difficile inquadrare queste descrizioni e
ci si lascia prendere dalle suggestioni indotte da esperienze musicali
in certi casi (come in questi) irripetibili... Riconoscibili anche
influenze della trance music marocchina (Masters
of Joujouka in
primis) e richiami al marginalismo davisiano.
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