TROUBLEMAKERS

 

" Doubts & Convictions "

 

33RPM 

 

La nouvelle vague della scena elettronica francese, da quando ha cominciato a guardarsi intorno schiudendosi da un mediovalismo da metronotte, convince e stupisce. A inneggiare la marsigliese, questa volta tocca ai Troublemakers, talentuoso trio - Fred Berthet, Arnaud Taillefer e Dj Oil - con sede, neanche a farlo di proposito, a Marsiglia, uniti dalla comune predilezione per le soundtrack cinematografiche, il funk e il jazz degli anni 60-70. Quasi due anni di certosino lavoro in studio per tradurre in un contesto musicale assolutamente attuale, vibrazioni, energia e attitudini di questo tempo e per trasporre tali intuizioni in un album deliziosamente eterogeneo, quale "Doubts & Convictions", un montaggio affascinante di variopinti interludi cinematici, squisiti arrangiamenti di chitarra, vibranti tuffi percussivi, variegate evoluzioni ritmiche dall'anima elettronica, tiepidi vibrazioni fender rhodes, un'accattivante fusione di beat trip hop, house, jazz, funky, soul, afro e bossa, amalgamati con quell'attitudine seducente del cinema noir francese.

Già dalla prima traccia, "Street Preacher", si può intuire l'eterogeneità dello stile dei Troublemakers: la preghiera dello street man apre la scena su un quadro impressionista, dipinto da ipnotiche percussioni africane, da sgracchiati corni muti alla "Sun Ra", da amabili squarci acustici di chiatarra e da un groove carburato da un basso sinistro e da vivaci break. In "Too Old To Die", un groove retro funk cesellato da percussioni "swingate", da atmosferiche sessioni di archi orchestrali, da una bassline contagiosa, da saponose kermesse sul fendere rhodes, calano l'ascoltatore nelle oscurità di un bar di Harlem, in cui il tempo sembra essere scandito da un vecchio jukebox. I beat metronomici afro-electro di "Noces Africaines" sono il più adatto modo per introdurre ai malinconici intrecci melodici di "Awake", scanditi da armoniosi riff di chitarra acustica, da sessioni di archi spettrali e da drum liquidi. Drammatiche, chic, melodiose, cinematiche e molto francesi le atmosfere di "Get Misunderstood", in cui melodie fusion jazz e un dialogo, che sembra tratto da un dramma noir francese, supportano un groove be bop orchestrato, impreziosito a sua volta da vocalità eterofoniche soul, reminescenze della mitica Nina Simone.

Dopo l'excursus, per così dire, cinematografico, i Troblemakers indugiano su movimenti più sostenuti con l'incalzante future funk di "Electrorlodge" -synth liquidi, effetti sobriamente psichedelici, vibrazioni percussive meccaniche hanno facile presa sulla mente e sul didietro-. il sensuale groove funk jazz di "Fatique Universelle", la vena drammatica dub-lounge di "Chez Roger Boite Funk" -tonfi di synth analogici, basso beatamente ipnotico, vibrazioni meccano-lounge-. Una parentesi di ilarità in "Hum Hum", sensuale innuendo di un'irresistibile conversazione telefonica sentimental-ridicola tra due pop-amanti anni '60, precede l'attacco retro funk di "Groover is Back" e l'epilogo affidato alle pulsanti sonorità jazz di "Black City". Una nota di merito per l'ottima qualità della masterizzazione, affidata ad un poliedrico e ineccepibile Alex Gopher....

01.  Street Preacher
02.  Too Old To Die
03.  Noces Africaines
04.  Awake
05.  Get Misunderstood
06.  Electrorlodge
07.  Fatique Universelle
08.  Chez Roger Boite Funk
09.  Hum Hum
10.  Groover Is Back
11.  Black City

Pagina a cura di Vito Camarretta 16 / 12 / 2000