a cura di  Vito Camarretta  30/10/2007

Fra i recenti ascolti, uno dei lavori che ci è piaciuto maggiormente è l'ultimo album del chitarrista bresciano Luca Formentini, intitolato Tacet e pubblicato sulla leggendaria etichetta australiana Extreme e il motivo della nostra preferenza risiede sia nella qualità del lavoro sul piano stilistico e "manifatturiero" sia nel fatto - che emerge dalle stesse parole di Luca - che la musica è pensata dal suo autore come suggestione pura senza alcuna implicazione politica e senza alcuno specifico messaggio da depositare nella mente dell'ascoltatore e nessuno lifestyle da supportare. Per una volta "con il suono si offre il silenzio" affermazione che riecheggia nell'intento dell'autore del disco: "riempire gli spazi con suono e musica può ridare la sensazione del nulla... tornare quindi ad ascoltare quella ricchezza di sensazioni che è nell'anima del silenzio". Nelle nostre domande e nelle risposte del bravo Luca Formentini, il senso affascinante di questa poetica traspare privo delle apparenti contraddizioni che conterrebbe una simile profferta. Consigliandovi vivamente di procurarvi questo splendido lavoro, vi auguriamo buona lettura. Luca Formentini "Tacet" (Extreme Records) 01.Thou 02.Layer ( first) 03.Deep Test 04.Frame 05.Sensing the mirror 06.The fragile second 07.Misha 08.July 09.Skin for the angel 10.Tacet 11.Coastlight 12.Jealous 13.Layer ( resonance)

Non conoscevamo alcuni dei tuoi progetti artistici, fino a quando non ci è giunto un promo dall'australiana Extreme. Innanzitutto soddisfaci una curiosità: nonostante tu sia italiano, sei approdato ad un'etichetta dall'altra parte del pianeta. E' evidente che certa cultura musicale nel nostro paese è ancora restia a diffondersi o comunque trova qualche fattore ostativo anche a livello promozionale. Qual è la tua opinione a riguardo? Dalla mia discografia puoi notare come i miei lavori siano stati più frequentemente pubblicati all'estero che in Italia; credo che questo possa essere originato dalla mia frequentazione e dalle mie collaborazioni. Mi sembra però che negli ultimi due anni in Italia ci sia stato un incremento notevole sia delle produzioni che delle etichette dedicate a questa "zona" di musica, siano esse su supporti tradizionali, cdr oppure in formati soft. Forse quella che tu chiami cultura musicale è in realtà qualcosa che comprende tanti aspetti, primo fra tutti una certa "controcultura" e cioè un presidio occupato da due lati opposti: la musica classica considerata depositaria dell'eccellenza culturale e la musica che si vende, depositaria dell'aspetto economico. Queste due forze che spingono dai lati lasciano poco spazio a quello che accade nel mezzo ma soprattutto trovano comune denominatore nel limitare la disponibilità non solo all'ascolto "accidentale" ma anche, e soprattutto, al sentire. Forse su questo si possono tracciare dei confini, anche se non si tratta di confini geografici.

Come sei arrivato alla Extreme? E soprattuto come hai creato una schiera di collaboratori così folta e prestigiosa (Steve Jansen, Markus Stokhausen, Deboarh Walker,...)? Una persona mi ha consigliato di fargli sentire alcuni miei brani nel corso dei lavori di missaggio; da questo demo inviato in Australia è nato il tutto. Quello con Extreme è stato un incontro molto bello dal punto di vista artistico, ho trovato una realtà molto sensibile e dalla bella energia con la quale si è creato un crescente entusiasmo. Tutta l'ultima fase produttiva è stata seguita da vicino con non comune delicatezza e capacità. E' stato molto bello poter avere con me le collaborazioni che mi hanno aiutato a espandere Tacet oltre a quello che avrei potuto se fossi stato da solo. Con Markus in particolare c'è una frequentazione costante per concerti dal vivo ( dalle Alpi alle chiese di Colonia...). Sentivo l'esigenza di crudi strumenti acustici; ne avevo bisogno per dilatare in profondità, dare la sensazione del vicinissimo e del distante e perchè qualcuno arrivasse in quegli angoli espressivi a me non possibili o visibili. Come senti infatti gli strumenti acustici, così come per i rumori ed altri dettagli, sono stati lasciati molto "asciutti", a dilatare l'ambiente. Steve, Deborah e Frank sono altri incredibili musicisti, dalla squisita disponibilità all'ascolto e per il lavoro a favore del risultato finale, non per la propria performance strumentale.

Con il suono offri il silenzio. Una contraddizione in termini apparentemente.... Credo che sia sempre più difficile trovare uno stato sufficientemente silenzioso da permetterci di sentire noi stessi. Il silenzio del quale parlo è l'assenza del brusio di sottofondo che ci distrae dall'emozione. Mi interessa recuperare l'ambiente favorevole all'emozionabilità, aprire i recettori, creare sicurezza così che chi ascolta possa lasciarsi andare. E' la volontà di creare una situazione favorevole al sentire emozione. Questa musica funziona dentro, se arriva e trova spazio. Ecco quindi che la provocazione del suono a sostituire il silenzio mi permette di sottolineare gli aspetti emozionali sui quali la mia ricerca musicale si concentra da sempre. Quindi Tacet non può essere ascoltato, deve essere sentito.. Bisogna essere aperti al sentire, il che significa essere disponibili ad un atteggiamento che nella nostra cultura attuale viene definito come "passivo" quando per me è il primo e fondamentale passo fortemente "attivo" che un essere umano deve fare e sapere ripetere.

Proprio a riguardo del silenzio, sembra esserci un ritorno in voga del tema nell'ambito della musica elettronica e non solo. Qual è il tuo rapporto con il silenzio? E con il rumore? Il silenzio è un tema che offre tante sfaccettature, ognuna delle quali permette svariati approfondimenti, ad esempio il punto di vista storico ( vedi Satie e poi Cage), quello ambientale ( l'inquinamento acustico), la quantità di rumore che fino a poco tempo fà non meritava di essere "elevata" al mondo del suono e che oggi si sente ormai anche nella musica mainstream e così via... C'è poi senza dubbio il silenzio come elogio della lentezza, il recupero della pausa, una più estesa visione dell'intervallo...

Vivo in un luogo molto poco rumoroso e ricco di suoni "naturali"; è importante dedicarmi un momento di silenzio durante la giornata. Momento in cui nulla entra e nulla esce. Così si può vedere cosa in realtà c'è dentro. Il rumore è spesso di grande fascino, nasconde suoni, ritmi, storie e melodie a volte sorprendenti. In passato ho lavorato con il rumore "rubato", registrato da sculture, dalla strada, da ambienti di lavoro. Ora amo di più cercare il rumore che mi serve oppure crearlo, come spesso accade su Tacet.

Ci sono tantissimi picchi espressivi davvero elevati nel tuo recente Tacet: suggestioni percettive si alternano a momenti di pura psichedelia e di visionarietà. Come è nato questo disco? Ti è uscito di "getto" o ha avuto una gestazione più lunga e meditata? Ti ringrazio per questo. Ti ringrazio perchè hai colto l'unica, vera funzione di questo album: lavorare con il suono per creare suggestione, emozione. Spesso questi aspetti non vengano percepiti da chi ascolta, in questi casi mi chiedo quale sia il motivo. E' un linguaggio difficilmente leggibile ? E' una predisposizione naturale, un attitudine, che deve esistere in chi ascolta ? Manca forse qualcosa di più attivo come un ascolto più attento ? Direi che non è nulla di tutto questo, credo si tratti di un atteggiamento indurito, che non attende emozione dalla musica oppure che dalla musica attende intrattenimento o un messaggio più oggettivo. Questa mia musica ( come tante altre) ha invece bisogno che chi ascolta "lasci" accadere delle cose dentro di sè. Se tu hai sentito suggestioni, hai avuto sensazioni quasi visive, significa che ti sei posto in modo da lasciare che la musica potesse emozionarti. Ancora una volta un atteggiamento comunemente considerato passivo pur essendo in realtà profondamente attivo e creativo.

Tornando a Tacet, è un disco creato da musiche pensate ed eseguite nel corso di quasi due anni, ai quali se ne è aggiunto quasi un altro per il missaggio; non potrei dire quindi che sia stata una scrittura "di getto"... Questa lentezza è dovuta alla volontà che in ognuno di questi brani si potesse giungere al massimo potenziale espressivo a me possibile. Per avvicinarmi a questo obiettivo sono stati necessari ascolti intervallati da lunghe decantazioni, proprio per evitare un'assuefazione alla stimolazione di ogni brano. Alcuni di questi pezzi sono stati registrati in modo molto spontaneo ( Misha, Jealous), alcuni addirittura improvvisati e privi di sovraincisioni (Tacet, The Fragile Second); in questi è stato fondamentale lavorare sui livelli, sugli spazi e sui colori in fase di missaggio. Altri sono meticolose composizioni di piccoli suoni oppure strutture dalle innumerevoli stratificazioni ( Deep Test, Skin for the Angel, Thou).

Perchè hai deciso di firmare Tacet con il tuo nome anagrafico e non con il nome del "progetto" Unguitar? Unguitar è nato come indirizzo del mio sito internet. Mi piaceva l'idea di questo nome che, grazie alla flessibilità della lingua inglese, potesse essere contemporaneamente un indicazione e nello stesso tempo la sua negazione. E, a quel prefisso "Un-", collegavo la stessa negazione-affermazione di "Unconscious". Metti insieme tutto e trovi il senso di Unguitar.

Usarlo in sostituzione del mio nome anagrafico ? A meno che non si tratti di una band non mi piace l'idea di uno pseudonimo in musica, mi dà la sensazione di falsità, di doppia vita.

Qual è la traccia su cui hai rimuginato di più? Coastlight e Deep Test. La prima perchè è fatta di colori che contrastano con la maggior parte di quelli usati nel disco, la seconda perchè è stato come lavorare su un filo sottile che ho tentato di percorrere senza spezzare.

Due proverbi italiani. Il primo: La botte piena non fa rumore. Il secondo: Chi ascolta, guarda e tace, vive in pace. Quale ti piace di più e perchè? Non li avevo mai sentiti e sono entrambi molto interessanti, più li leggo più si aprono in nuove interpretazioni. Mi piace lavorare più con il vuoto che con il pieno e credo che sia importante lasciare che ogni cosa risuoni liberamente. Il vivere in pace del secondo proverbio potrebbe essere frettolosamente interpretato come un furbo e comodo atteggiamento passivo e distaccato, ma secondo me nasconde il segnale di un grande lavoro interiore e della sua maggiore importanza rispetto all'espressione di se stessi derivata da poca osservazione ed ascolto.

Rapportandosi alla categoria del silenzio in generale, cercando quindi di andare al di là del messaggio "artistico" del tuo lavoro, ritieni che resti in silenzio solo chi non ha niente da dire? Tace anche chi sà di non poter essere capito.

Si sta assistendo ad un ritorno a quelle forme strumentali della musica elettronica, che qualcuno agli inizi degli anni 90 definiva (forse memore dell'origine del termine, coniato da Brian Eno preso da anti-influenzali) ambient e che oggi viene designato come "neoclassicismo" e fino a qualche tempo fa era chiamato "musica di frontiera". Fra tutte queste definizioni quale ritireni più appropriata per il tuo "genere"? Ho sentito parlare per la prima volta di neoclassicismo inteso in questo senso proprio pochi giorni fà attraverso una recensione di Tacet. Mi imbarazza un pò perchè questo termine "classicismo" mi sembra un pò ostile ad accettarmi, ma mi piace proprio perchè è una riconquista di una parola che per anni è stata usata per musica spenta, musica che è stata ma che oggi non rappresenta più nulla se non Storia della Musica. Per quanto riguarda la frontiera qui non cedo: l'unica frontiera è quella che divide la musica emozionale ( o meglio, emozionante ed emozionata) da quella che non lo è. Credo che sia davvero giunto il momento nel quale riconoscere quanto la classificazione in categorie sia fuorviante o comunque non sufficientemente esaustiva. Nella musica moderna i confini sono sempre più sfocati tra un genere e l'altro e mi auguro che questo processo continui fino alla completa esplosione in un impossibilità di loro riconoscimento in un unica categoria. Come nell'arte figurativa, essere nel postmoderno significa essere destinati ad altre categorie. Quali possono essere queste categorie ? Questo spetta a chi scrive ed analizza ma credo che non si potrà più fondare la distinzione sulla tecnica oppure sul linguaggio quanto invece ( e finalmente) sul contenuto.

Quanto devi sul piano dell'ispirazione a musicisti quali Brian Eno, Jah Wobble, David Sylvian, Fripp, Roedelius e assimilabili? Non posso parlare di ispirazione, ma di incoraggiamento ed energia. Molto incoraggiamento: quando, dopo anni che, finite le prove con il mio gruppo, mi trattenevo in cantina a registrare la mia "musica privata" immaginando che non l'avrei fatta mai ascoltare a nessuno perchè equivalente a degli scarti emozionali più che non a musica per come allora avevo avuto modo di conoscerla, ho poi incontrato il primo disco di musica "fuori" ( il periodo berlinese di Bowie) per me è stato come scoprire che un luogo che immaginavo esistesse solo nelle mie fantasie esisteva davvero. Tra quelli da te elencati è sicuramente Sylvian colui che esprime il più forte potenziale emozionale e il musicista che considero più completo.

Hai in programma qualche live performance in Italia o all'estero? Per quanto riguarda miei concerti in solo non ho programmi fino ai primi mesi del prossimo anno. C'è un progetto in gestazione, un trio che è un sogno che non ho mai avuto il coraggio di dichiararmi. Entro la fine dell'anno ci saranno novità al riguardo.