

a cura di Vito Camarretta 01/10/2006
Incuriositi dal trittico di produzioni "italiane" che ha catturato l'attenzione e gli sforzi discografici della piccola etichetta francese Baskaru, dopo il progetto Urkuma, abbiamo fatto una chiacchierata con Salvatore Borelli atta a conoscere meglio un'altra entità molto interessante dei sotterranei artistico-musicali -(etre)-, il cui lavoro "A post-fordist parade in the strike of events" ci è sembrata fin dal primo ascolto una declinazione di un fenomeno nell'ambito dell'elettronica già in atto da qualche tempo, che contine diverse elementi che forse improbamente potrebbero designarsi quali rivoluzionari. (etre) "A post-fordist parade in the strike of event" (Baskaru) 01.Anatomy of this faded flower (for Sarah Kane) 02.From the parallel line, before and after me (for Faust) 03.____________ 04.Dogs from my childhood: multiple white (for Thomas Hirschhorn) 05.Luego existe (for Giuseppe Gabellone) 06.Don't ask me why rain becomes hail (to John Bock) 07.Considering the hypnosis of the stone 08.Naturalist Tokyo 3.0 (for Michel Houllebecq) 09.And you are free in the icon of neurotic realism (for Santiago Sierra) 10.What are we doing here? (to Sharunas Bartas) 11.When you cry for the first time on this earth (for Antonio Moresco) *Search & destroy white calligraphy (video track)
Ciao Salvatore. Innanzitutto perchè (etre)? (etre) è un termine entropico: vorrebbe designare "l'essere" ma privato dell'accento circonflesso e posto tra parentesi, si rivolge alla condizione generale d'insignificanza sotto cui le cose sono poste e sotto cui tutti siamo posti. (etre) è anche una trovata insieme bislacca e stupidamente seriosa per nascondere il mio nome e cognome che mi chiamavano troppo in causa, ed in qualche modo dovevo scomparire dietro una sigla che dicesse qualcosa di troppo generale. Mi culla l'idea di sparire dietro le cose che parlano per me. (etre) è anche un monito un po' imbarazzante, ridicolo ma che pare imperante: nomina la cosa più sconosciuta di tutte, la domanda continuamente, e non ne riceve risposta: questa cosa nel nostro linguaggio è chiamata "essere"; l'essere è detto in tutti i modi ma nulla dice. Proprio come me mentre parlo!
Dicci qualcosa di te. come sei arrivato alla sperimentazione -se ritieni adatta questa accezione al tuo modo di far musica-?
Ogni enunciazione è sperimentale. E' un esperimento, a volte una fatica alzarsi dal letto, prendere consapevolezza che c'è il sole, che la donna che ami, tuttavia, c'è ancora, che ci sono i tuoi amici a cui daresti tutto, oppure che non c'è niente e sperimentare quindi diviene doppiamente necessario: trovare una fusione nuova con qualcosa che non ti sembra più consolidato. Credo, francamente, che la sperimentazione sia sempre stata una "farsa". Che vogliono farci credere che i canti liturgici del monasterto di Khampagar, o l'accompagnamento percussivo delle processioni a Tahiti, o che i pigmei Bibayak del Gabon, non sono "musica sperimentale"? Purtoppo l'etichetta sperimentale è sinonimo della stessa dicitura che si nasconde dietro la sigla "digital art": è qualcosa che viene spacciato per "arte", per "altro"; è solo fumo, secondo me. Al giorno d'oggi esistono modi d'intercessione elettronici praticamente inauditi. La stessa musica elettronica ha siluppato il 10% delle sue potenzialità; noi tutti diciamo "sperimentale" per significare che tutto ciò che c'è stato prima lo era in una misura minore; ma non tutto quello che mi riguarda è solo sperimentale. C'è una fetta molto pesante del mio lavoro attuale che potrebbe definirsi:"folk rurale"; il che significa che io non sto nemmeno "recuperando" le tradizioni; né che io sto sperimentando dei linguaggi, ma forse solo ritornando al gruppo che più amavo, i Flying saucer attack! Sono piuttosto le tradizioni che mi accolgono e si ripresentano sul luogo dove mi muovo, mentre mi muovo. Per me, come vedi, nuovamente, l'essere ha poco valore in quel che è. Inoltre se esiste una musica "sperimentale" non c'è una coscienza universale "sperimentale" oltremodo: nel senso che le cose vanno di pari passo con il tempo e la recezione planetaria ed è probabile che quello che oggi ci appare inascoltabile, per sé sia sperimentale, ma che per noi, che siamo molto dietro, possa essere niente, apparirci come un nulla. Sperimentale è per me più un percorso intrasognato nella sua solitudine, una via di connessione che prima di partire dal suono forse parte da una radicale negazione della preesistenza. Sperimentale è ciò che non piace alla mia famiglia quando suono, è ciò che non sopporta il vicinato, ma c'è qualcosa che precede questi comportamenti, e direi che è rintracciabile nel tentativo di spodestare un linguaggio, detronizzarlo, attaccarlo. Questo è ovvio che nasca da un odio profondo, dall'odio di chi come nel mio caso, si trova a cooperare in realtà dove utilizzare un microfono a contatto dentro una parete con un trapano è considerata una diavoleria terroristica. Eppure l'odio diventa neutro, scompare e solo in quel dato momento riesci a prendere possesso di te. cosicché sperimentale diventa la tensione che ha dentro un artista mentre s'interroga continuamente su quanto sta facendo e quanto c'è da fare. Più che un attributo, sperimentare è un atteggiamento.
Non si può rimanere impassibili di fronte ad un siffatto titolo (A post fordist...). ci ricordano alcuni titoli delle Forbici di Manitù? Cosa sottende il titolo?
"A post fordist parade in the strike of events" significa che c'è "una parata post-fordista nel mezzo di uno sciopero degli eventi". Può anche voler indicare "la scomparsa dell'evento" nel mezzo di una parata che si presenta dopo l'euforia della produzione fordista e seriale. E quindi ecco il punto: il disco si chiama così perché io taglio in due la musica seriale. Quel ciclo di produzioni euforiche, continuative, tutte regolari, in cui io sussumo buona parte dell'elettronica contemporanea, per quanto mi riguarda, è morto. La musica non si fa più per segmenti, per serialismi. E' una buffonata l'idea del serialismo: questo serialismo per me non produce più niente. Io paragono il ciclo di produzioni pre-fordiste all'esplosione dell'elettronica per giovani, dico che questi giovani devono smettere di ballare, devono deterritorializzarsi, comprendere che siamo nell'epoca del processing e non in quello del serialismo segmentativo a-b, b-c, c-d! Il titolo richiama la citazione di un piccolo pamphlet di Baudrillard, da me molto amato, che parte dalla constatazione per cui l'evento è cosa morta, cosa poco incline al cambiamento. Questo perché quasi il 90% delle cose della vita per me sono noiose, fastidiose. Questo significa che devo trascorrere il resto del tempo della vita a trovarmi delle passioni, altrimenti mi annoierei a morte. Il titolo nacque anche da un sogno che ebbi una notte: la parata postfordista indica questa pantomimica presenza di un gruppo di scioperanti in mezzo "al deserto del reale", che si guardavano in faccia rimanendo bloccati con una musica house in sottofondo! Un sogno molto strano, se ci pensi. Mi piaceva pensare a tutte queste cose che (non)-si-presentano, alla gente che sciopera, alle agitazioni, allo stesso evento che vuole scioperare e poi presentare un disco pieno di bombardamenti, di cambi di registro, di trasformazioni repentine. Rientrava nella mia estetica dell'anti-individuale e dell'erroneo.
Mi hai detto che consideri le parole come continuazione della musica... In che senso? Considero le cose come fluttuanti. La musica è atemporale. La parola per quanto inutile tiene dentro "l'idea" di designare. Tuttavia la parola fallisce sempre laddove la musica continua. Ma se così è, la musica di cosa è continuazione dal tuo punto di vista? La musica continua il silenzio dell'universo. S'intromette tra le esplosioni di ascendenza del nulla che ci tiene ammortizzati nel cosmo invisibile che tuttavia ci alimenta, e continua il piano di segmentazione di tutto lo scibile che esiste e che tuttavia non vediamo. La musica è l'assenza di significazione, di comprensione e di spiegazione. Può solo contorcerti, distruggerti, portarti oltre quello che puoi o non puoi decidere che sia. Ogni cosa che ti dà un pugno e ti pone di fronte a questa condizione di trasformazione e bellezza è musica.
Tra una serie di personaggi a cui sembri indirizzare i tuoi excerpts, c'è Hirschhorn. Cosa credi che intendesse per Piano B? Tu ne hai uno nella vita così come nell'arte?
Esatto, "Piano B". Vedi, volevo ringraziare il suo "Piano B", non tanto Hirschhorn! Poi ho pensato che era come nominare "il neutro" blanchottiano; "lo schianto" di Virilio e così, come sempre avviene, sono ritornato all'autore. Piano B significa che quello che sembrava fosse il Piano A è segnato per assenza, perché qualcosa di fondativo che doveva "apparire" e sottendere l'esecuzione del suo manifestarsi, è scomparso. B è solo il segmento susseguente, indica che A, - il primo -, è finito, e che quello che c'è ora, è altrettanto incerto quanto quello che c'era prima, e che ci sarà dopo; l'unica differenza tra A e B è il tempo: B ha di nuovo solo la novità e questo può bastare (B è solo un tramite che come A fallirà, tuttavia ci tiene nell'idea che la differenza sia lo spostamento di piano e non tanto quello d'identità). Nella mia ottica la parola è plastica, i piani, le funzioni, le cose sono "plastiche", ovvero tutto per me è un contenitore senza contenuti, una continua prova passiva. Piano B è organizzare uno spazio di congiura dopo una profonda testimonianza di fallimento esistenziale. Radunare delle persone, come Horschhman ha fatto nella galleria di Artiaco, e coninvolgerle in una "dislocazione" spaziale. Vedi: a me piacciono i raduni, mi piacciono tutte quelle persone che si avvolgono dentro una "parata"; dentro queste manifestazioni di speranza io già ci leggo l'incipt di un fallimento generazionale non ancora annunciato. E produrre figure significa produrre movimento; o meglio: falso movimento.
Cosa credi penserebbe Gabellone all'ascolto di luego existe e alla tesi implicita nel titolo (il luogo esiste) e perchè hai usato lo spagnolo per quel titolo? Io vorrei conoscerli gli artisti a cui dedico qualcosa, parlarci, e quando dedico qualcosa ad artisti deceduti, mi sento più a mio agio, perché so che quel dialogo che io spero ci sia, non ci sarà. Per questo invito loro a parlare nei miei brani: faccio uso di una parola, della loro, e di quanto quella parola possa portare a quegli accostamenti sonori. Tutto questo dialogo con questi artisti, questo rimando metaforico, simbolico, nominativo, è dato dal fatto che io sento in questi personaggi una continuità con l'arte come io lo vedo, non tanto col mio lavoro, che è solo una divertente modalità che mi tiene in vita, ma con l'arte in sé. Di Gabellone, come degli altri mi piace "l'ambiguità". Tutto quanto mi riguarda in qualche modo è ambiguo, polivalente. Io stesso mi diverto a sdoppiarmi, a triplicarmi. A pluralizzarmi. Di Gebellone adoro l'idea che certe statue di fiori debbano sostituire l'uomo in passaggi o paesaggi in cui l'uomo è assente. E' un po' l'idea di Foucault a proposito del fatto che al posto "dell'uomo" in futuro, altre figure, altre domini, sostituiranno questa menzogna; non si parlerà più di uomini, ma di qualcosa d'altro. Luego existe significa: "Dunque esiste","Poi esiste". E' la stessa cosa che dire: "Il y a" nel lnguaggio di Lévinas, "il y a" significa che c'è: non importa se c'eri tu o non c'eri, se era o non era una persona, una cosa; c'era almeno il mondo, già era prima di ogni altra cosa. A me interessa questo soprattutto nelle vicende umane: m'interessa indidivuare l'origine e vedere come le cose si annichiliscono rispetto alla loro nascita. Rilke scrive: "Perché il bello non è che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora, lo ammiriamo anche tanto, perchè esso calmo, sdegna a distruggerci"! Sono una specie di anatomopatologo della musica: mi piace dissezionare, portare un suono che era in uno spazio, in un altro spazio. Privazione di qualcunque definizione, anonimato, precarietà; pre-individualità. E questo processo iniziò quattro anni fa quando composi un pezzo "Pre-moltitude/solitude" dedicato a Gilbert Simondon, perché prima che mi dedicassi al suono in forma attiva provenivo da tutta una serie di esperienze di studio: filosofiche, semantiche, mentali, che mi ponevano nei confronti del soggetto come di fronte ad una figura demoniaca, estranea, tragica e dato che quelle ricerche mi portarono ad un punto morto, decisi che in qualche modo "il filosofico" lo si dovesse produrre, e che la musica, che avevo studiato da bambino, servisse come un ventaglio per far oscillare il senso. Inoltre l'interesse che mi spinge a questa curiosità per lavori altrui è lo stesso che mi fa scrivere di musica, che mi mette nella condizione di volerne intervenire in tutti i modi, sia come critico, che come musicista. Sono due aspetti complementari per me. Cambiamo un po' tema.... qual è il tuo rapporto con Napoli? Napoli è la città dove ho suonato di meno e dove continuerò a non suonare. E' una città inutile.
When you cry,... forse la mia preferita... Mi sembra di aver assistito acusticamente ad un notevole salto di registro... A cosa è legata la concezione di quel brano - non necessariamente con riferimento alla dedica ad Antonio Moresco :) - ?
Quel brano e "Luego existe", erano due brani destinati ad una pubblicazione mai avvenuta, un disco che doveva chiamarsi: "La separazione degli amanti" e che non è mai più uscito. Quindi si tratta di due brani vecchi, molto vecchi, ma che secondo me, avevano dei forti punti di convergenza con il materiale interno del disco. "A post fordist" è un lavoro che segue un arco temporale molto vasto, dentro c'è sintetizzato il lavoro di tre anni: si tratta di un disco che chiude un ciclo, forse nella maniera migliore. Chiude il mio interesse nell'autoproduzione, con la release in mp3, con progetti di "frontiera" ed apre a qualcosa di più sonoro, musicale. E' il lavoro che chiude un lungo range temporale della mia vita cominciato con installazioni, passato per diversi festival e collaborazioni e terminato nella realizzazione di un disco. Dentro convivono tutti gli aspetti della mia natura, e tutti in maniera molto violenta e contraddittoria, e sono molto felice che nonostante questo arco di tempo così lungo, il disco, riesca tuttavia a risultare ancora "inedito" alle mie orecchie. Per quanto riguarda Moresco, lui è l'unico scrittore vivente degno di valore. Ho riletto i suoi Canti del caos decine di volte: e mi lasciano sempre coi capogiri, con gli sfinimenti. Moresco è un genio. L'unico genio vivente. Il mondo può sfornare due o tre geni come questo ogni millennio.
What is glitch??? E' innanzitutto un termine che potrebbe crearmi dei problemi, perché come è stato detto più volte, la mia musica non è nemmeno elettronica, ed ancora meno glitch. Il glitch l'associo "all'errore"; per me è erroneo qualunque procedimento/processing che ridefinisce, quasi indipendentemente dalle intenzioni originarie, il corso di qualcosa. Tuttavia credo che sia siano più vicinanze con i Faust, i Throbbling Gristle, i Coil che con etichette tipo Ritornell nel mio lavoro.
Tra gli strumenti del tuo equipaggiamento, animali e insetti... saranno felici quelli del Peta... :)
Sì! In "And you are free in the icon of neurotic realism" c'è una drone di soli insetti registrato anni prima in un bosco sugli appennini tosco-emiliani in piena notte d'estate. Era un field molto diverso da quelli che si sentono nei dischi perché, lavorandoci sopra, diventava tutto favolistico, grottesco! Uno dei punti più interessanti, secondo me, del disco consiste in questa continua verve ironica e spregiudicata che l'attraversa. Mi piace molto il fatto che tutta la mia musica, soprattutto quella in corso, possa essere definita "drammatica" ma che in molte parti, emergono come una vera e propria presa per il culo, delle cose che hanno pochi riferimenti con quella veste drammatica. E' prima di tutto un modo per giocare con se stessi, per prendersi in giro da soli, cosa che mi piace molto fare; quindi è molto difficile che una persona con un ordine mentale precostituito ed un forte irrigidimento possa trovarci qualcosa di bello nel mio lavoro; e poi c'è un'altra ragione: tracciare un percorso criptico, massivo, cuneiforme, dove operare una completa rottura dei segmenti e degli schemi; non a caso, una delle funzioni più passate in rassegna nelle recensioni al disco è questa dimensione frammentaria, disorganizzante del mio suono; ma come è stato osservato, c'è totale organizzazione, completa logicità: è tuttavia il fruitore che deve inserirsi nelle maglie, è lui che deve ritornare sul luogo della fruizione, riconcepirla come un atto attivo, e non come una dimensione passiva. Nella mia musica cambiano molte cose, i segmenti vengono travolti, si passa a molti registri, brevemente. Sempre perché bisogna rompere i codici, riscrivere l'elettroacustica dentro le maglie dell'improvvisazione, dare alla memoria la possibilità di perdere tutte le informazioni, tutti i dati possibili. M'interessa in qualche modo la "perdita" dell'informazione, da questo punto di vista, e forse solo per questo io faccio dell'elettronica: il fruitore può recuperarla, ma m'interesserebbe che mentre la recupera vada a ricordarsi tutte le cose che sta dimenticando e che dimenticherà per conservare qualcosa di nuovo. Gli insetti non conoscono: "il mentale", "l'osceno". Io dimentico tutto, dimentico nel senso di cancellare tutto. Mi appartiene solo il "progetto" che è ciò che non si sfascia alla mia attenzione completamente.
Cosa immagini abbia pensato la Kane prima di autoaccopparsi? [secondo me si è detta: "alla faccia di quegli stronzi di critici del cazzo"] :)
La Kane avrà pensato che il suicidio è l'unica scelta efficace per l'essere umano. E ne sono convinto come poche altre cose.
Qualche progetto in fase di gestazione? C'è un lavoro in corso molto segreto; un altro chiamato (etre) & his friends, cd di duetti con alcuni artisti sparpagliati un po' ovunque, alcuni di questi presenti sulla mia pagina in myspace. Sto terminando un dvd con Virgilio Villoresi, persona che artisticamente si sta spingendo molto in là nel panorama nazionale, amico di enorme complessità che ammiro molto. Un disco di free jazz con Valerio Cosi, grande sassofinista italiano: in cui io processo il suo sax e suono chitarra "preparata", un lavoro di avant-folk che cercherà di toccare improvvisazione, processing e bluesgrass; e come ultimo, mi dedicherò al mio disco solista: un disco folk suonato con cetra, banjo, kalimba, lap steel guitar, shruti box, dulcimer, strumenti giocattolo e voce. Quest'ultimo è il lavoro a cui sono più legato perché rappresenterà il definitivo passaggio in altri lidi, altre forme. Di nuovo c'è certamente il mio interesse a collaborare e cooperare con altri musicisti ed altri linguaggi, tentare un gioco impossibile che in parte avevo già tentato da solo, che consisteva nella pluralità, nell'aprire la musica a diverse influenze non sempre immediatamente comprensibili. E questo ora voglio farlo con "l'altro", "l'altro" che è l'unica fonte di umanità, e l'unico modo per demolire le impalcature arroganti dell'io. |